Il Nautilus

(di Roberto Gemma)

 

L’Assassino è seduto al Nautilus e guarda distrattamente la gente che passa oltre la vetrina. Il Nautilus è un negozio di antiquariato scientifico nel cuore della Torino vecchia. Dal di fuori appare come una singola vetrina piena di oggetti stravaganti che vanno da tute da palombaro ad attrezzi medici dell’ottocento. Dentro è una grossa stanza dipinta di rosso collegata ad un piccolo retrobottega che funge da magazzino. All’Assassino piace passare frazioni del suo tempo nel negozio, in compagnia del proprietario. L’ambiente e la presenza dell’Antiquario lo rilassano molto. Non parlano mai troppo anzi lo fanno raramente e spesso le uniche parole che vengono pronunciate sono quelle dei saluti di rito. Di solito il primo passa in rassegna le innumerevoli curiosità presenti nel locale ed il secondo legge un libro o il giornale seduto al grande e baricentrico tavolo. Dallo stereo moderno è sempre diffusa musica da camera o lirica. Non ci ha mai pensato ma si rende conto che non solo si fonde bene con l’atmosfera del luogo ma è spesso indicata al suo stato d’animo. Ora non capisce bene come si sente ma il pianoforte di Keith Jarret al concerto di Colonia gli da una mano per delineare meglio i suoi pensieri. Negli ultimi giorni ha rischiato molto, non gli era ancora capitato ma prima o poi doveva accadere, almeno questo è quello che si dice. Questa volta ha agito per un fatto personale e forse è questo che ha dato una piega inedita alla vicenda. Sicuramente ha dato una piega nuova alla sua vita.
Nel mezzo di questi pensieri getta una rapida occhiata sulla strada fuori dal negozio. È iniziato a nevicare. Prima solo qualche fiocco, poi, nel giro di qualche minuto, sempre più intensamente. Tra un fiocco e l’altro si chiede se la incontrerà ancora, se i fatti degli ultimi giorni gli daranno qualche possibilità.
La porta del negozio si apre ed entra una coppia e con loro un po’ di aria fresca. L’aroma di neve gli arriva immediatamente al naso e sortisce l’effetto di una madeleine proustiana, riportandolo immediatamente a qualche giorno prima. Inizialmente sono ricordi caotici e senza precisa collocazione temporale. La sensazione correlata non è piacevole. All’Assassino piace la razionalità e l’organizzazione rigorosa delle cose, siano essi oggetti che pensieri. Il Nautilus in questo lo aiuta sempre e per questo lo frequenta di tanto in tanto. Apparentemente, risulta caotico e tutti gli strani cimeli sembrano posizionati in modo totalmente casuale. Un acuto osservatore, però, si rende immediatamente conto della straordinaria precisione nella collocazione di ogni singolo oggetto e dell’effetto rilassante che da questa consapevolezza. Spinto da tanto sottile rigore si spinge alla ricerca di un angolo della stanza che possa trasmettergli questa sensazione. C’è bisogno di placare l’animo per poter analizzare con tranquillità e distacco gli strani avvenimenti di cui si è trovato partecipe. C’è bisogno di una serie di gesti ripetuti per alleviare la confusione.
Mentre l’Antiquario segue con lo sguardo i due avventori, probabilmente appartenenti più alla categoria dei curiosi che a quella dei veri interessati all’acquisto, l’Assassino cerca di alleviare il leggero fastidio osservando i vari libri, più o meno antichi, posti un po’ ovunque nel perimetro del negozio. Li segue con lo sguardo, talvolta li accarezza con la mano e procede in questo movimento fino a che non riesce a recuperare un ricordo di parecchi mesi fa. In quella libreria antiquaria quando, facendo finta di consultare libri antichi mentre guardava Lei che faceva altrettanto. Erano innamorati e questo li circondava di un’aura di leggerezza ed agivano con gesti apparentemente attenti ma in realtà grossolani. Il libro che maneggiava quel giorno, ricorda con un sorriso, era in latino e lui di latino non sapeva nulla ma in quel momento non gli era sembrato un gesto tanto compromettente.
L’Assassino doveva immaginarlo che il Vecchio non avrebbe mai permesso quella relazione e che sarebbe stato molto attento a tutti i particolari. C’è sempre qualcuno disposto a tradire un fratello figuriamoci se poi fratello non è. Sicuramente il Vecchio aveva intuito ed aveva utilizzato più persone per seguirlo nei suoi movimenti, confermare un sospetto e poi agire con tutta la sua cattiveria.


Prende in mano in libro che ha risvegliato quelle immagini e inizia a sfogliarlo. Fortunatamente è in italiano e non in latino così inizia una superficiale lettura lasciando comunque spazio alle divagazioni del pensiero. Legge senza leggere scacciando una sottile agitazione che lo insegue fin dal mattino e cercando di riorganizzare i ricordi e passarli in rassegna con senso critico.
Il Vecchio non aveva età. Per quanto lo riguarda può essere vissuto da sempre e da sempre aver dedicato le sue risorse alla selezione di trovatelli, neonati abbandonati o non riconosciuti per allevarli ed usarli nei suoi scopi fino a che sarebbero stati in grado. Dopo se ne sarebbe liberato in qualche modo. Noto è che nessuno avrebbe mai avuto una vita normale. Senza di lui non sarebbero esistiti.
Il Vecchio aveva fama di essere un dottore o uno studioso ma di fatto addestra soldati, assassini, truffatori. Tutta quella specie di persone che possono fare la fortuna di individui spregiudicati.
Il Vecchio non la vedeva così. Lui faceva crescere eletti per farli partecipare ad un grande progetto: cambiare il mondo e migliorarlo. Uccisioni, furti, sequestri erano solo effetti collaterali di una cura sublime. Parte della formazione era la discrezione e la riservatezza. Per agire bene il fine ultimo non doveva essere noto. Fiducia e fede nel Vecchio erano un atto necessario. Convinti di questo in certi momenti si arrivava a pensare che fosse addirittura un padre premuroso o amico fedele, pronto ad aiutare chiunque avesse avuto sbandamenti per rimetterlo sulla retta via.
Il Vecchio sceglieva orfani. Questo gli dava la possibilità di meglio plasmare il futuro individuo sulla base delle sue esigenze. Senza il minimo rischio che qualcuno potesse mai reclamare un diritto o senza che ci potessero essere legami che avrebbero potuto condizionare le azioni dei suoi bambini.
L’unico neo è insito nell’essere umano che nella sua complessità non sempre è completamente controllabile. Ad un certo punto della vita ognuno dei figli inizia a porre domande ed essere esigente sulle spiegazioni. Si pretende di voler essere coinvolti nelle decisioni che riguardano la propria esistenza e nessuno lo ha mai nascosto al Vecchio. Spesso erano i sentimenti verso un’altra persona la benzina sul fuoco di questi turbamenti. Tutti si fidavano, a nessuno erano mai state comunicate regole comportamentali a limitare le possibilità di autonomia. A tutti sembrava di essere liberi e di avere un compito che prima o poi si sarebbe esaurito lasciando aperte nuove possibilità. Non era così e non lo sarebbe mai stato.


Un altro dei pilastri su cui si fondava l’organizzazione era la dispersione. Era fondamentale che i rapporti tra i figli fossero minimi tanto che la maggior parte di loro non conosceva altri nella stessa condizione. Molti crescevano in luoghi differenti e non era facile capire la dimensione dell’Organizzazione se non per chi partecipava a particolari missioni dove entrava a contatto con altri fratelli. Se il soggetto era sufficientemente acuto poteva capire la portata dell’operazione.
Soggetti particolarmente dotati riuscivano a capire che il Vecchio aveva creato un sistema che si auto alimentava, dove i fratelli e le sorelle ricoprivano ruoli differenti. Chi più operativo, come l’assassino o il truffatore, chi destinato a mantenere funzionale la struttura e chi a sua volta spiava e controllava senza nemmeno sapere che gli obiettivi erano dei simili.
Per l’Assassino l’errore era stato quello di innamorarsi di una sorella.
L’Assassino, faccia alla parete ricoperta da chimere di varie epoche, si ricorda chiaramente cosa è accaduto l’ultima volta che l’ha vista. Era la sera del giorno prima di un compito da portare a termine. Quella sera non l’avrebbe persa per nulla al mondo. Sarebbe stata la più bella notte della sua vita ed avrebbe lasciato un traccia pesante.


Sono questi pensieri che nella convulsa mattina successiva gli fanno compagnia mentre cerca riparo, dietro un muretto ricoperto da arbusti. È in fuga, qualche cosa nell’azione è andato storto, e sa che per non essere perduto deve controllare le emozioni. Deve diventare invisibile e concentrarsi per evitare che le sensazioni della notte possano fare rumore.
Da dietro al muretto, posto alla base della montagna quando questa non è ancora pianura ma ancora lieve pendio, la visuale è parziale. Volgendo lo sguardo ad oriente si potrebbe vedere la città ma il rosso mattone ne lascia solo l’immaginazione.
Voltandosi vede un piccolo ma folto bosco e, alzando lo sguardo al cielo, uno strato grigio, in forte movimento, che assume tonalità sempre più chiare ma rimane nello spettro cromatico di base. Nuvole da neve. Neve caduta tutta notte ed ora in apparente tregua. Neve che aveva visto cadere sdraiato a letto mentre Lei dormiva tra le sue braccia. Sembravano già passati anni ma erano solo poche ore.
Guardando a destra vede il leggero pendio farsi piatto di un colore giallo autunnale ma con tendenza allo scuro tipico dell’inverno. Più in lontananza il terreno torna a salire e diventa improvvisamente la montagna che delimita la valle a nord. In mezzo una ferrovia. Non la vede ma la percepisce dai tralicci bianchi e lucidi che risaltano grazie al contrasto con il più opaco paesaggio. Le montagne del nord sono macchiate di neve che non riesce a ricoprirle uniformemente ma sembra essere stata spruzzata da una mano distratta e frettolosa. A sinistra vede immediatamente la montagna innalzasi come protuberanza indesiderata e il terreno diventare immediatamente ripido. La roccia è nera, sembra pece, ma alzando di poco lo sguardo ecco apparire nuovamente il bianco candido che la ravviva. Più in su gli alberi appaiono cristallizzati ed ammassi nuvolosi ne lambiscono le cime adagiandosi come fosse un candido e trasparente lenzuolo.
Dietro, il bosco di alberi spogli e sempreverdi ha tonalità scure e all’alba sembra fitto ed impenetrabile.
Non fosse stato per l’anta della finestra che sbattendo aveva attirato la sua dell’Assassino oltre i vetri, forse non si sarebbe accorto che lo stavano già cercando. Aveva intravisto figure in movimento sullo sfondo. Nero vestite. Sicuramente unità cinofile richiamate da qualche sistema di allarme attivato in qualche modo dalla sua vittima. Forse un congegno collegato alle funzioni vitali dell’uomo.
Non ci aveva pensato due volte ed individuato il riparo si era allontanato velocemente dalla casa, correndo per poche centinaia di metri. Sicuramente aveva lasciato tracce evidenti ma era riuscito a guadagnare un po’ di tempo ed un po’ di vantaggio, per pensare. Aveva passato troppo tempo a rimirare la sua vittima priva di vita, con un misto di sollievo e disgusto, perdendo tempo e lucidità. Gli sembrava incredibile ma provava piacere nel fare quello che gli veniva chiesto. Per lui era normale, lo faceva già da bambino e nessuno gli aveva mai detto che era un atto sbagliato. Spesso la soddisfazione dipendeva da un fattore di pelle. La vittima talvolta era talmente disgustosa nei comportamenti o nei tratti somatici da regalare una punta di gioia nel sapere che dopo aver emanato l’ultimo respiro non avrebbe più calpestato questa terra consumata. Uno in meno ed un po’ di spazio in più. Solo che questa volta il piacere era stato raggiunto dal disgusto. Pensare a poche ore prima, alla straordinaria tenerezza provata, trasformava la scena davanti ai suoi occhi. Non riusciva a legare le due cose e soprattutto gli era difficile pensare che le mani che avevano toccato il suo corpo ora si stavano asciugando del sangue raggrumato della vittima.
Dietro al muretto l’assassino era accovacciato con l’avambraccio sinistro appoggiato sulle ginocchia e la mano destra appoggiata al muro per stabilizzare l’equilibrio. Non era preoccupato per eventuali possibilità di riconoscimento. Era preoccupato per il conflitto che stava nascendo in lui, per il suo vuoto di concentrazione. In fin dei conti faceva quel mestiere da tutta una vita senza porsi troppe domande e gli sembrava strano questa esplosione di sentimenti contrastanti.
Stava indugiando troppo dietro a quel nascondiglio precario. Il muretto doveva essere parte di un perimetro più solido e di ben altra utilità nel passato. Nel tempo, con l’apporto delle piogge, del ghiaccio, del vento e della vegetazione parassita, la terracotta si era sfaldata, rendendo i mattoni friabili e poco stabili. Guardandoli gli sembrava che la sua anima stesse subendo la stessa trasformazione. Non si sentiva a suo agio e decise di iniziare a muoversi e perdersi nel bosco.
Nella fuga turbata dalle emozioni una radice più in superficie di altre si era trovata sulla parabola disegnata dal piede sinistro provocando una caduta in altri frangenti di minima rilevanza. Il rumore era stato eccessivo.


Sempre mantenendo lo sguardo oltre la vetrina del Nautilus un sorriso affiora sulle sue labbra. La neve che tinge di bianco la pavimentazione della strada gli fa pensare alla notte passata con Lei.
L’aveva incontrata tempo fa, per caso, proprio al Nautilus. Nei rari momenti liberi gli piaceva perdersi per le vie della città. Vagabondare senza meta ed osservare le case, la gente, le vetrine dei locali, avvolto da una irrimediabile solitudine. Al culmine del suo vagare gli piaceva passare dall'Antiquario per entrare in un’altra dimensione che lo sottraesse dalla sua dove le mani ormai erano troppo sporche per essere in qualche modo mondate.
Sembrava si fosse persa e si rivolse a lui per chiedere indicazioni ed orientarsi in quella via che assume differenti nomi pur rimanendo sempre la stessa. Era tornata qualche giorno dopo a cercarlo e da allora era iniziato tutto. Si vedevano di nascosto. Erano d’accordo entrambi che fosse così. Per lui era chiaro il motivo ma non capiva le ragioni di Lei. Sapeva che il Vecchio dubitava. Conosceva talmente bene i suoi figli che si sarebbe reso conto di una bugia prima ancora che questa prendesse forma nella testa delle sue creature. Anche in quel caso non c’erano dubbi che il Vecchio avesse intuito qualche cambiamento nell’Assassino e sapeva che non gli avrebbe fatto piacere quella novità. Lei invece sembrava presa da una relazione clandestina e come tale si comportava. Si davano appuntamenti ad ore ed in posti stravaganti. Talvolta ci volevano indizi e parecchi tentativi per scovare il luogo dell’incontro. Questo però non dava fastidio all’Assassino. Il fine ultimo lo stimolava a non farsi troppe domande ed il comportamento di Lei non faceva che aumentare la sua tranquillità.
La coppia entrata precedentemente esce a braccetto dal negozio riportando aria fresca all’interno. L’Assassino stacca gli occhi dalla strada e si alza per andare verso la porta di uscita chiusa malamente dai due. La spinge e poi resta lì in piedi ad osservare il ristorante russo dall’altra parte della strada. È ancora presto ma stanno già cominciando a cucinare per la sera, sprigionando nell’aria profumo tipico delle cucine. Un po’ di quel profumo arriva al naso dell’Assassino che lo inala con soddisfazione ritornando con la mente ai profumi percepiti nel bosco.


Dopo la caduta, si era reso conto di aver perso sangue dal naso e da una lacerazione sulle mani. Un leggero panico si era impossessato di lui. Momentaneo, quasi impercettibile, ma quel poco che bastava a liberare nell’aria il suo timore trasmettendolo fino al naso dei cani. L’odore della paura agì sui neuroni del loro cervello come un eccitante, aumentando la determinazione al ritrovamento della preda attratti come api dal miele.
I cani avevano trovato le impronte lasciate dall’Assassino durante la fuga dalla casa ed il loro naso assaporò il complesso di odori che il fuggiasco si era lasciato dietro. Anche per i Poliziotti era ben chiara la direzione da seguire. Il muretto era di fronte a loro, a pochi metri di distanza.
L’aria fredda e pungente che entrava nel naso ed arrivava al cervello stimolava ulteriormente la produzione di adrenalina aumentando l’eccitazione. Si erano fermati, respirando profondamente ed osservando con più attenzione la campagna circostante. Guardavano le stesse montagne che vedeva l’Assassino ma, oltre al ribaltamento della prospettiva, lo facevano con ben altra consapevolezza e studiando i successivi minuti dell’azione. Dividersi, appostarsi, accerchiare. Le possibilità di organizzarsi per creare una trappola erano parecchie. I Poliziotti lo sapevano e si erano presi qualche minuto in più per decidere al meglio e non compromettere l’azione. Avevano scelto di avanzare verso la strada a valle sicuri dell’impossibilità di poter utilizzare la montagna alla loro sinistra come una via di fuga senza il rischio di essere notati.
I cani, ormai inebriati dall’odore di paura che impregnava quel piccolo pezzo di terreno, strattonavano sempre più impazienti. Uno dei soldati si era bloccato e, dito indice al naso, fa cenno ai compagni di tacere. Aveva sentito un rumore. Forse l’assassino che si stava muovendo. Senza dire nulla, abbassando la mano che aveva portato al volto per ricercare un equilibrio che stava vacillando sotto la spinta del cane, si era mosso in direzione del bosco. Aveva estratto l’arma, un fucile, dal fodero. Anche i compagni avevano preso le armi seguendolo a distanza.
I cani, sempre più irrequieti, strattonavano con più insistenza ed i Poliziotti decisero che era arrivato il momento di liberarli. Erano due e correvano verso il bosco.
L’Assassino si era messo in ginocchio ed aveva portato il palmo della mano destra a contatto con la tasca destra trovando il coltello doppio taglio. In un attimo la mano si era infilata nella tasca ed era venuta a contatto con il manico freddo. Più sotto sapeva esserci la lama affilata. Quel movimento, lo scorrere della mano sull’acciaio, aveva scacciato le brutte sensazioni degli ultimi momenti. C’era ancora speranza.
Una volta che il coltello era uscito dalla tasca, aveva percorso la lama con la mano sinistra facendola emettere un suono acuto e lieve. Il cervello era inebriato non sentiva più la fastidiosa sensazione di essere la parte debole della caccia.
All’improvviso l’abbaiare dei cani si era interrotto in successione. Prima uno, poi un lamento ed infine l’altro. Rumori leggeri come di passi veloci sul fondo umido e poi il silenzio.
I poliziotti non erano eroi ed avevano intuito che qualche cosa non era andato per il verso giusto. Si erano prima fermati e poi, quasi di comune accordo, avevano iniziato ad indietreggiare. Stavano ancora cercando di capire cosa stava capitando quando un sibilo aveva interrotto nuovamente il silenzio. Un tonfo sordo ed uno di loro era a terra ormai privo di vita e con la gola tagliata. Pochi secondi e tutti erano nella stessa condizione.

L’azione finale vista dal Nautilus, nel cuore della città, sembra lontana anni luce. Quello che è attuale è la consapevolezza che lo ha investito una volta estratto il coltello dalla gola dell’ultimo poliziotto. Li aveva mandati lui. Una fine pulita, dopo un’azione portata a termine. Il Vecchio sapeva che la lucidità perfetta dell’Assassino avrebbe vacillato quella notte. Lo sapeva perché conosceva l’animo umano. Un uomo che prova sentimenti puri non riesce ad agire come una macchina e potrebbe commettere errori anche se di lieve entità.
Immediatamente il pensiero era andato a Lei. Se il Vecchio sapeva tutte queste cose, sapeva anche arrivare a Lei. Dove trovarla però? Con questo dubbio aveva asciugato il coltello sulla giacca del poliziotto e lo aveva riposto in tasca. Era disorientato e sapeva che l’unico modo di arrivare a Lei era quello di passare dal Vecchio. L’Assassino sapeva che lui lo aspettava. Quello che stava per fare era prevedibile ma andava fatto e piuttosto che continuare a perseverare nella sua vita fatta di orrori preferiva affrontare il più grande e soccombere se necessario.
Se pensava a quanto accaduto gli veniva la nausea. Non per quello che aveva fatto o per quello che stava per fare ma perché portato a farlo. Per l’ennesima volta era una pedina mossa da una mano più grande di lui. Una mano di triste ed ottusa arroganza. I suoi vestiti da ricco, sempre ostentati, ed i suoi modi da boia sarebbero stati persino accettabili se non ci fosse stato il profumo. Quel dopobarba da quattro soldi penetrava nelle narici, confondeva i sensi, alterava l’umore.
Quell’uomo lo aveva condizionato per troppo tempo. Sapeva che gli doveva la vita ma sapeva che era solo quella della carne perché il resto era stata solo miseria. Andava eliminato e non bastava più aspettare per una conclusione naturale degli eventi. La scorza dell’uomo era dura e resistente. La malvagità gli faceva da scudo.
La casa dove risiedeva era un’antica dimora sulla collina di Torino. Prima di varcare la soglia l’Assassino si era guardato alle spalle ed aveva visto la città illuminata coperta da un cielo pesante. Grigio elettrico come lo schermo di un televisore non sintonizzato sotto il quale si agitava il fitto movimento di auto e persone. Era bello e sperava di poterlo rivedere di nuovo ma sapeva che non poteva più tornare indietro e non c’era nessuna possibilità di aiuto. In ogni caso, qualunque fosse la scelta, non avrebbe avuto vita facile.
Aveva spinto la porta che si era aperta facilmente. Era un ospite atteso. La casa era fredda, buia. Non c’era nessuno. Non c’erano rumori.
Sapeva bene dove andare e si era mosso con decisione. Arrivato nella stanza dove aveva sempre incontrato il Vecchio non aveva trovato nessuno. Solo una lampada accesa sul tavolino vicino all’ampia finestra che da sulla collina. Nel cerchio illuminato, un biglietto. Sul biglietto un tratto nero, delicato e poi una firma. Era la firma di Lei.
Sono ragione dei tuoi guai, c’era scritto. Per la nostra sfrontata passione hai rischiato di morire. So anche che te la sei cavata e che stai leggendo queste poche righe. Sei vivo e questo mi basta. Sono anche io come te.
L’Assassino aveva letto nuovamente quelle parole prima di procedere. Sul suo volto, per la prima volta nella vita, era comparsa un’ombra di stupore.
Sono una sorella e lo sapevo da subito. Ti conosco da tanto tempo senza che tu mi abbia mai visto prima. Il mio amore per te è nato molto tempo fa ma da poco avevo deciso di rischiare per provare almeno una volta una sensazione bella e vera. Per questo devo riparare. Non chiederti come, sappi che ci sono riuscita. Non guardarti indietro, inizia a percorrere una nuova strada. Se incontri qualcuno, non parlare di questa che hai appena abbandonato.
L’Assassino ricorda questa parole accarezzando con le mani il biglietto ancora conservato nella sua tasca. Le parole sembrano fluire attraverso le dita fino ad arrivare alla testa.


Keith Jarret ha finito di suonare e nella stanza c’è silenzio. L’Assassino abbandona le sue riflessioni e la sua posizione in fronte alla porta per ritornare verso il proprietario che gli da le spalle, intento nel sostituire il cd nell’impianto stereo. Ludovico Einaudi riempie la stanza con le note del suo piano e strappa un altro lieve sorriso all’Assassino. Oggi ne ha già fatti più del solito. Azzeccata anche questa scelta. Prende in mano un contenitore con un piccolo feto umano sezionato a metà e lo guarda attentamente pensando che il Nautilus è proprio un bel posto.